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Chapter 21

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Chapter 10 Capitolo 10
Chapter 11 Capitolo 11
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The Adventures of Pinocchio · 1 · 2 · 3 · 4 · 5 · 6 · 7 · 8 · 9 · 10 · 11 · 12 · 13 · 14 · 15 · 16 · 17 · 18 · 19 · 20 · 21 · 22 · 23 · 24 · 25 · 26 · 27 · 28 · 29 · 30 · 31 · 32 · 33 · 34 · 35 · 36

Pinocchio, as you may well imagine, began to scream and weep and beg; but all was of no use, for no houses were to be seen and not a soul passed by on the road.

Night came on.

A little because of the sharp pain in his legs, a little because of fright at finding himself alone in the darkness of the field, the Marionette was about to faint, when he saw a tiny Glowworm flickering by. He called to her and said:

"Dear little Glowworm, will you set me free?"

"Poor little fellow!" replied the Glowworm, stopping to look at him with pity. "How came you to be caught in this trap?"

"I stepped into this lonely field to take a few grapes and - "

"Are the grapes yours?"

"No."

"Who has taught you to take things that do not belong to you?"

"I was hungry."

"Hunger, my boy, is no reason for taking something which belongs to another."

"It's true, it's true!" cried Pinocchio in tears. "I won't do it again."

Just then, the conversation was interrupted by approaching footsteps. It was the owner of the field, who was coming on tiptoes to see if, by chance, he had caught the Weasels which had been eating his chickens.

Great was his surprise when, on holding up his lantern, he saw that, instead of a Weasel, he had caught a boy!

"Ah, you little thief!" said the Farmer in an angry voice. "So you are the one who steals my chickens!"

"Not I! No, no!" cried Pinocchio, sobbing bitterly. "I came here only to take a very few grapes."

"He who steals grapes may very easily steal chickens also. Take my word for it, I'll give you a lesson that you'll remember for a long while."

He opened the trap, grabbed the Marionette by the collar, and carried him to the house as if he were a puppy. When he reached the yard in front of the house, he flung him to the ground, put a foot on his neck, and said to him roughly: "It is late now and it's time for bed. Tomorrow we'll settle matters. In the meantime, since my watchdog died today, you may take his place and guard my henhouse."

No sooner said than done. He slipped a dog collar around Pinocchio's neck and tightened it so that it would not come off. A long iron chain was tied to the collar. The other end of the chain was nailed to the wall.

"If tonight it should happen to rain," said the Farmer, "you can sleep in that little doghouse near-by, where you will find plenty of straw for a soft bed. It has been Melampo's bed for three years, and it will be good enough for you. And if, by any chance, any thieves should come, be sure to bark!"

After this last warning, the Farmer went into the house and closed the door and barred it.

Poor Pinocchio huddled close to the doghouse more dead than alive from cold, hunger, and fright. Now and again he pulled and tugged at the collar which nearly choked him and cried out in a weak voice:

"I deserve it! Yes, I deserve it! I have been nothing but a truant and a vagabond. I have never obeyed anyone and I have always done as I pleased. If I were only like so many others and had studied and worked and stayed with my poor old father, I should not find myself here now, in this field and in the darkness, taking the place of a farmer's watchdog. Oh, if I could start all over again! But what is done can't be undone, and I must be patient!"

After this little sermon to himself, which came from the very depths of his heart, Pinocchio went into the doghouse and fell asleep.

Pinocchio è preso da un contadino, il quale lo costringe a far da can da guardia a un pollaio.

Pinocchio, come potete figurarvelo, si dette a piangere, a strillare, a raccomandarsi: ma erano pianti e grida inutili, perché lì all’intorno non si vedevano case, e dalla strada non passava anima viva.

Intanto si fece notte.

Un po’ per lo spasimo della tagliuola, che gli segava gli stinchi, e un po’ per la paura di trovarsi solo e al buio in mezzo a quei campi, il burattino principiava quasi a svenirsi; quando a un tratto vedendosi passare una Lucciola di sul capo, la chiamò e le disse:

- O Lucciolina, mi faresti la carità di liberarmi da questo supplizio?…

- Povero figliuolo! - replicò la Lucciola, fermandosi impietosita a guardarlo. - Come mai sei rimasto colle gambe attanagliate fra codesti ferri arrotati?

- Sono entrato nel campo per cogliere due grappoli di quest’uva moscadella, e…

- Ma l’uva era tua?

- No…

- E allora chi t’ha insegnato a portar via la roba degli altri?…

- Avevo fame…

- La fame, ragazzo mio, non è una buona ragione per potere appropriarsi la roba che non è nostra…

- È vero, è vero! - gridò Pinocchio piangendo, - ma un’altra volta non lo farò più.

A questo punto il dlalogo fu interrotto da un piccolissimo rumore di passi, che si avvicinavano.

Era il padrone del campo che veniva in punta di piedi a vedere se qualcuna di quelle faine, che mangiavano di nottetempo i polli, fosse rimasta al trabocchetto della tagliuola.

E la sua maraviglia fu grandissima quando, tirata fuori la lanterna di sotto il pastrano, s’accorse che, invece di una faina, c’era rimasto preso un ragazzo.

- Ah, ladracchiòlo! - disse il contadino incollerito, - dunque sei tu che mi porti via le galline?

- Io no, io no! - gridò Pinocchio, singhiozzando. - Io sono entrato nel campo per prendere soltanto due grappoli d’uva!…

- Chi ruba l’uva è capacissimo di rubare anche i polli. Lascia fare a me, che ti darò una lezione da ricordartene per un pezzo.

E aperta la tagliuola, afferrò il burattino per la collottola e lo portò di peso fino a casa, come si porterebbe un agnellino di latte.

Arrivato che fu sull’aia dinanzi alla casa, lo scaraventò in terra: e tenendogli un piede sul collo, gli disse:

- Oramai è tardi e voglio andare a letto. I nostri conti li aggiusteremo domani. Intanto, siccome oggi mi è morto il cane che mi faceva la guardia di notte, tu prenderai subito il suo posto. Tu mi farai da cane di guardia.

Detto fatto, gl’infilò al collo un grosso collare tutto coperto di spunzoni di ottone, e glielo strinse in modo da non poterselo levare passandoci la testa dentro. Al collare c’era attaccata una lunga catenella di ferro: e la catenella era fissata nel muro.

- Se questa notte, - disse il contadino, - cominciasse a piovere, tu puoi andare a cuccia in quel casotto di legno, dove c’è sempre la paglia che ha servito di letto per quattr’anni al mio povero cane. E se per disgrazia venissero i ladri, ricòrdati di stare a orecchi ritti e di abbaiare.

Dopo quest’ultimo avvertimento, il contadino entrò in casa chiudendo la porta con tanto di catenaccio: e il povero Pinocchio rimase accovacciato sull’aia, più morto che vivo, a motivo del freddo, della fame e della paura. E di tanto in tanto, cacciandosi rabbiosamente le mani dentro al collare, che gli serrava la gola, diceva piangendo:

- Mi sta bene!… Pur troppo mi sta bene! Ho voluto fare lo svogliato, il vagabondo… ho voluto dar retta ai cattivi compagni, e per questo la sfortuna mi perseguita sempre. Se fossi stato un ragazzino per bene, come ce n’è tanti, se avessi avuto voglia di studiare e di lavorare, se fossi rimasto in casa col mio povero babbo, a quest’ora non mi troverei qui, in mezzo ai campi, a fare il cane di guardia alla casa d’un contadino. Oh, se potessi rinascere un’altra volta!… Ma oramai è tardi, e ci vuol pazienza!

Fatto questo piccolo sfogo, che gli venne proprio dal cuore, entrò dentro il casotto e si addormentò.